il blog di Topenz


IN FAMIGLIA SI INIZIA A IMPARARE COME “PASSARE ALL’ALTRO”

238.famiglia numerosa

Fin dal momento del concepimento, nella sua vita intrauterina, il bambino impara a relazionarsi con la madre, dalla quale dipende completamente, senza alcun margine di libertà. Nato, allattato e svezzato, completa il suo rapporto di dipendenza totale dalla madre e inizia a creare, man mano che cresce, il rapporto con il padre, colui che lo aiuterà, piano piano, ad aprirsi al mondo e a lasciare gradualmente il rapporto esclusivo con la madre per imparare la libertà. Padre e madre collaborano nel mostrare al figlio i due diversi modi di esprimere l’amore, caratteristici della differenza sessuale dell’essere umano; quelli che, in termini estremamente semplificativi, possono essere sintetizzati in femminile-accoglienza e maschile-disciplina. Così Dio Padre, che è Unità, ci mostra come è fatto l’amore soprannaturale che ci ha chiamato all’esistenza: non impegnandoci in grandi teorici discorsi filosofici o teologici, ma facendoci vedere come sono fatti nostra madre e nostro padre. Così mamma e papà utilizzano in qualche modo il metodo di Dio (non per niente siamo stati creati a Sua immagine e somiglianza e collaboriamo con Lui nell’opera della creazione), che propone continuamente l’Amore alla nostra osservazione e alla nostra libertà di optare per esso (e quindi, in ultima analisi, libertà di “farci santi”). Questo in estrema sintesi, ovviamente tutt’altro che esaustiva.

La famiglia allora è il luogo privilegiato e protetto in cui possiamo imparare a “farci santi”. Così, ad esempio, nel momento in cui nasce un fratellino, un nuovo altro entra nella vita del bambino. Un altro che inizia a porre dei limiti, seppure per il momento ancora solo all’interno della culla protetta della famiglia. E piano piano si inizia a far fronte a questo nuovo rapporto, un rapporto che insegna a vivere, a scoprire la paura, la finitezza delle nostre azioni e la libertà di accettare o meno questo altro. Si inizia a scoprire che le conseguenze delle nostre azioni (sempre in estrema sintesi) sono la guerra e la pace, interiori ed esteriori. Più sono i fratelli che si aggiungono a padre e madre e più si incarna questa necessità di rapportarsi e relazionarsi con gli altri, diversi da noi, che ci pongono dei limiti e delle difficoltà di accoglierli. La libertà inizia così a sperimentare in maniera sempre più complessa la necessità di fermarsi là dove inizia la libertà di un altro essere umano. Il che significa che non sempre è bene “andare dove ti porta il cuore”, perché dal cuore dell’uomo non viene necessariamente fuori il bene, anzi, più spesso viene fuori la prevaricazione (cfr. Mt 15, 18-19).

La famiglia, pertanto, è il luogo entro il quale l’io, piano piano, impara a diventare noi. Il luogo protetto all’interno del quale Dio ci insegna a relazionarci, ad amare. In altre parole, a uscire da noi stessi per “passare all’altro”. L’uomo è infatti ontologicamente fatto per passare all’altro e, per progressive ascese, per incontrare Colui che lo trascende, l’Altro per eccellenza, Dio Creatore, Uno e Trino (perché anche Dio, in se stesso, essendo Amore, ha necessità di passare continuamente all’altro). Questa, fin dal grembo materno, è la vocazione di ogni uomo: figlio adottivo che è chiamato a diventare “tutto suo padre!”, cioé immagine e somiglianza di Dio.

Successivamente, dopo il latte, si passa a cibi più solidi (cfr. Eb 5, 13-14). Il giovane così, dapprima attraverso la scuola e il contatto con altre famiglie e con gli amici, poi attraverso il mondo del lavoro e le relazioni sociali, deve confrontare il suo io anche con personalità estranee alla famiglia. In un misto di rapporti di simpatìa e antipatìa con le persone che vengono progressivamente in contatto con lui, quelli che sono certamente il suo prossimo. Lo sguardo della persona inizia allora a comprendere degli aggregati sociali che, man mano, crescono di dimensioni, così da svelarci una predominante (ovviamente non esclusiva) uniformità di “popolo, lingua, tribù e nazione”… Il noi si ingrossa e si confronta con il voi. La storia del singolo uomo si rispecchia  nella storia di una famiglia, di un popolo, delle nazioni, dell’umanità.

Sin qui semplici basi di antropologia cristiana, tutta racchiusa nella Sacra Bibbia, il libro della nostra vita. Non è difficile capire, ora, in che modo visioni diverse da questa finiscano per ostacolare questo naturale e mirabile passaggio graduale all’altro, diverso da sé per sesso, psicologia, razza, cultura, censo… proponendosi di instaurare una società di uomini uguali, senza più differenze nemmeno di sesso o di razza. Ritorna l’inganno del comunismo, scimmia della comunione. E’ proprio la differenza, invece, che va benedetta, perché ci consente di uscire per nostra scelta, liberamente, dalla prigione dei nostri desideri e dei nostri capricci per accogliere il prossimo così com’è, diverso da noi. Nello specchiarsi invece in se stesso, senza avere la possibilità di imparare a passare realmente ad un altro diverso da sé, l’uomo del nostro tempo diventa schiavo dei suoi desideri individuali, assurti alla categoria di diritti, e finisce così preda del dio Mercato.

In definitiva, alla fine tutto conduce, grazie a questa sapienza pedagogica divina iscritta nella Natura Umana, ad accogliere Dio, l’Altro per eccellenza. L’io, passando attraverso il noi, può arrivare all’Unione Divina. Colui che ci ha chiamato all’esistenza senza il nostro consenso, vuole che lo riconosciamo e torniamo a Lui proprio attraverso il nostro consenso. Perché veniamo condotti per mano, attraverso la nostra esistenza ordinata all’interno di una famiglia, di un popolo, dell’umanità intera, a trovare l’essere: il Dio la cui sostanza è l’Amore, reso visibile nel Suo Figlio Gesù di Nazareth, “impronta della sostanza divina”, come dice San Paolo (cfr. Eb 1, 1-4).

“Fatti santo, tutto il resto è zero!”, ripeteva continuamente il beato Don Giustino M. Russolillo della Trinità. Farsi santi è proprio percorrere questo sentiero della vita (cfr. Sal 15, 11), fatto di tappe sapientemente disposte dal nostro Creatore, imparando ad amare e a passare, liberamente, progressivamente e con sempre maggiore slancio, di altro in altro, fino a raggiungere l’Altro.

 

Note:

Mt 15, 18-19: “Ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo. Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie”

Eb 5, 13-14: “Chi si nutre ancora di latte è ignaro della dottrina della giustizia, perché è ancora un bambino. Il nutrimento solido invece è per gli uomini fatti, quelli che hanno le facoltà esercitate a distinguere il buono dal cattivo“.

Eb 1, 1-4: “Dio… ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della Sua parola…”

Sal 15, 11: “Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra”.

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DE NO VAX ET PRO VAX
agosto 5, 2018, 2:20 pm
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Dove si trova il nodo dell’obbligo vaccinale

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Allora, premesso che io non ho votato 5 stelle né Lega (con gli amici amo definirmi “un estremista di centro”) e che spesso ho avuto a che dire in passato su prese di posizione di queste forze; ora, in questo caso specifico, assisto al solito schema sinistro: “mettere in bocca agli altri una frase mai detta (comunque comoda) e poi commentarla scandalizzati”. Metodo notoriamente stalinista (“calunnia calunnia, alla fine qualcosa sempre resta”…).

Allora: come cerco di fare capire fin da ieri alle vestali del Pensiero Unico (ma vedo che anche il ministro Giulia Grillo, che è medico, non è riuscita a farglielo capire), qua quasi nessuno è “No vax a prescindere”, perché che i vaccini servano è fin troppo ovvio.

Stiamo parlando solo della utilità o delle modalità di imporre l’ obbligo di questo trattamento medico (che infatti, come obbligo, non c’è in nessun altro paese europeo, seppure i paesi europei abbiano percentuali di copertura vaccinale leggermente superiori alle nostre: 95% contro 92%) e, semmai (ma sempre dopo verifiche scientifiche), dell’utilità di fare tanti vaccini: 10 o 12 obbligatori, se non vado errato, esistono solo in Italia.

A ben vedere infatti, per come erano state impostate le cose dal decreto Lorenzin, l’obbligo cozza contro tutta la normativa sul “consenso informato”, quella che ognuno di noi ha imparato a conoscere in ospedale: se non firmi non ti tolgono nemmeno un’unghia incarnita! Il consenso informato, infatti, garantisce sia il medico che il paziente (al quale il medico è tenuto a spiegare cosa gli farà).

Di conseguenza, per cercare di sbrogliare questa matassa creata dal legislatore, l’Ordine dei Medici è arrivato a proporre la soluzione del “consenso motivato”, che a me pare un sofisma. Infatti, se chiedi la firma a un genitore ma non lo lasci libero di dire di no, anzi, se dice no gli applichi delle sanzioni, è un po’ come far firmare a qualcuno un contratto con la pistola alla tempia: qualunque avvocato potrebbe impugnare l’atto, perché non è libero.  Viceversa, la motivazione di un esonero dalla vaccinazione non può essere che medica (es. immunodepressi), ma allora tanto vale che la firmi direttamente il medico, non il genitore!

Insomma, il solito guazzabuglio piddino (o comunque, non voglio essere troppo di parte, guazzabuglio figlio della scarsissima qualità della nostra classe politica tutta).

Ora il Parlamento (non il ministro, il Parlamento) ha deciso di sospendere alcune di queste norme (il divieto di iscrizione alla scuola) per un anno, per vedere se è possibile razionalizzarle un po’, e tutti a latrare come se chissà che tragedia sia in atto! E che sarà mai? Si continuerà a fare come si è sempre fatto, non cambia niente! Nel frattempo si cercherà di mettere mano al difficile compito di far quadrare l’obbligo con il consenso informato e magari si inizierà, prioritariamente, a fare qualcosa per la nostra Sanità tanto disastrata!

Tutto il resto è speculazione politica, alla quale tanti amici abboccano senza rendersene conto, perché l’informazione che suona la grancassa a suon di slogan è ancora tutta in mano a lorsignori, che hanno perso le elezioni e ora vogliono tornare in sella additando gli avversari politici come “retrogradi”, “ignoranti”, “fascisti”, ecc., mentre l’eventuale scelta di una soluzione con trattamento coatto, quella sì, potrebbe sfociare, se non si prevedono i dovuti contrappesi, in soluzioni da Stato Etico, degno erede dei totalitarismi del XX secolo.



DIVIDE ET IMPERA
luglio 31, 2018, 2:02 pm
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Siamo d’accordo. Quello che spara a pallini dal balcone va messo al carcere duro. E pure chi minaccia, chi aggredisce o tira le uova, ovviamente ciascuno con una pena commisurata al reato commesso.

Ma anche chi spaccia (sia esso afferente alla mafia nostrana o a quella nigeriana) o quelli che picchiano un capotreno o un autista del bus vanno puniti. O, peggio, uccidono e tagliano a pezzi una ragazza (non importa di che colore sia la ragazza)… E ovviamente non perché sono neri, ma perché commettono reati, dalla violenza spicciola fino all’omicidio efferato. Dentro anche il Rom che ruba. Non perché è Rom, ma perché ruba.

E’ così complicato? Riusciamo a tornare al buon senso? I padroni del vapore, intanto, i signori dell’informazione che manovrano il tutto al soldo dell’alta finanza, se la ridono: “Divide et impera”!



MAGLIETTA ROSSA, BELLA ABISSINA…
luglio 8, 2018, 5:53 pm
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235.palermo maglierosseIl mio liceo era figlio del ’68. O meglio, l’ho vissuto nella vulgata sessantottina del ’77, quella degli “Indiani Metropolitani”, per intenderci. Non avendo ancora incontrato il mio Liberatore, ci credevo, all’epoca. La scuola era un’arena in cui si dibatteva, ci si confrontava, spesso ci si scontrava, anche fisicamente. I decreti delegati, i collettivi, le assemblee… Non potevi frequentare senza che in qualche modo la politica ti contaminasse. Oggi, a distanza di tanti anni, posso con certezza affermare che tutto si poteva dire della scuola dell’epoca meno una cosa: che ci fosse omologazione. E questo aiutava molto a maturare.  Così ti potevi trovare di fronte il professore comunista, quello cattolico, raramente anche quello fascista  e, tra le professoresse, avevi la femminista, la mamma di famiglia, la vecchietta alle soglie della pensione…

In altre parole, avevi di fronte il Pluralismo. Quello con la P maiuscola, cardine della democrazia, nella scuola come nella società. La Rai Tv era lottizzata su 3 reti: una di orientamento popolare e centrista (il Tg1), una socialista (il Tg2) ed una comunista (il Tg3). Una scelta partitica e discutibile ma, in ogni caso, restava la possibilità di ricevere un minimo di informazione e controinformazione…

Torniamo ora alla scuola. Nella scuola, in verità, la democrazia era già un po’ annacquata, perché l’egemonia della sinistra già si era iniziata a sviluppare (e io, fesso, tutto contento). Così la filosofia la dovevi studiare su Geymonatt, noto comunista, e -stranamente- quando arrivavi ad Agostino o a Tommaso d’Aquino te li facevano saltare a piè pari… la Divina Commedia e i Promessi Sposi, poi, venivano visti dalla maggioranza di insegnanti e studenti con aria di spocchiosa superiorità e tranquillamente “arronzati”, del tipo “li si tratta solo perché fa parte del programma ministeriale…” (e che mi sono perso!).

Restava però, ancora, una pluralità, un panorama di visioni diverse dell’uomo e del mondo. Tra le organizzazioni studentesche c’erano i “Figgicciotti” (cioé la FGCI, federazione giovanile comunista), i trozkisti del CPR (Collettivo Punto Rosso), i cattolici di Comunione e Liberazione, i fascisti del FdG (il fronte della gioventù), iniziavano a diffondersi i Radicali… Era tutto un pullulare di schieramenti politici che si combattevano anche con veemenza (e talvolta violenza), ma tutto si poteva dire meno che non si fosse davanti a una scuola pluralista. In via di egemonizzazione da parte della sinistra, certo, ma con sacche di resistenza significative. Si combatteva, insomma, e se volevi potevi accedere ai canali della controinformazione, sia sui media che nella miriade di piccole pubblicazioni, che potevi trovare secondo le tue inclinazioni.

C’è un disco, di un cantautore comunista, Claudio Lolli, che uscì proprio nel 1977 degli Indiani Metropolitani (pensate che io nel ’78 ho fatto l’esame di maturità). Il disco si chiama “Disoccupate le strade dai sogni” e mette in guardia dalla socialdemocrazia, quella che ha poi dominato l’Europa, quella che ha portato la Svezia, il paese dove tutto funziona, a detenere il record di suicidi. Questo LP contiene una canzone che parla di un ragazzo che scriveva sui muri e si chiude con la frase: “di quel che eri, di quel che sei stato resterà solo quel muro imbiancato”. Bene, questa per me è la fotografia della scuola italiana oggi: “di quel che eri, di quel che sei stato resterà solo quel muro imbiancato”. L’omologazione ha vinto. Le ultime sacche di resistenza sono state purgate.

Che una intera commissione di esame potesse presentarsi a valutare un candidato all’esame di maturità indossando una maglietta rossa (o nera, o bianca), rivendicando così una propria appartenenza politica, era semplicemente impensabile. Ora lo fanno e se ne vantano pure. Postano la foto su FaceBook!  Non lo avrebbero fatto nel mio ’78. Sarebbe scoppiata una rivoluzione, uno sciopero contro l’intimidazione dello studente di differente opinione politica. Vi immaginate una commissione che si presenta tutta in camicia nera? Sarebbe stata cacciata con la forza dalla scuola! Oggi si presentano con la maglietta rossa. Il muro è stato imbiancato, anzi, arrossato (d’altra parte Giuliano Ferrara sarcasticamente definì il principe della socialdemocrazia, l’ex presidente Napolitano, come un mimetico coniglio rosso in campo rosso…).

Le ultime sacche di resistenza sono state vinte. Gli studenti? Tutti zitti. Come hanno fatto? Colpendoli al cuore. Convincendoli che, se non la pensi come loro, a niente vale il tuo argomentare. Sei senza cuore, sei un razzista, fascista che ha perso l’umanità… Dittatura del Pensiero Unico, così si chiama, io lo chiamo il “Fascismo (quello vero) del Terzo Millennio”. Tu cerchi di argomentare? Niente. Partono dal presupposto che loro sono buoni e tu cattivo, che loro sono santi e tu un tizzone d’inferno. Di solito chiudono ogni discussione con un: “si vergogni!”.

Bene, anzi, male. Non c’è più speranza? Per ora c’è solo da organizzare la resistenza. Resistenza? Mi si dirà… ma se la Lega e i 5stelle sono al governo? Sì, resistenza, perché il potere vero è da un’altra parte, e appartiene all’Alta Finanza Europea, che la “sinistra” sembra aver sposato. Chi ci libererà?

E’ dall’informazione che bisogna ripartire. Garantire la pluralità dell’informazione e della cultura. Nel servizio pubblico radiotelevisivo, sulla carta stampata ma, soprattutto, a scuola. Tutto parte da lì. Lì hanno costruito questa dittatura, lì va rimesso ordine. Siamo chiamati a insegnare a questa gente che cosa significa democrazia.



LA TRAPPOLA DEL LINGUAGGIO
giugno 13, 2018, 7:59 pm
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233.linguaggioSiamo ormai una civiltà morta, una società decadente e alla deriva. Senza valori, senza speranze, senza futuro. Schiava solo dei propri desideri, scambiati per diritti. Morta nella volontà, nello spirito, nella stessa ragione, che incappa in alcuni corto-circuiti logici incredibili.

Lo Stato si preoccupa di scrivere sui pacchetti di sigarette che “il fumo fa male al bimbo che porti in grembo” e poi ti consente di ucciderlo il bambino che porti in grembo. E’ un tuo diritto! Attenzione, non un peccato che scaturisce da una tua debolezza, del quale probabilmente ti pentirai per tutta la vita, no… è un diritto! Cioè fai bene a farlo! Libertà assoluta. Peccato che questa libertà leda la libertà del più piccolo e indifeso degli esseri umani e il suo diritto alla vita. E allora come si fa? Il gioco di prestigio è semplice, basta cancellare la parola “bimbo”. Nel grembo della mamma non c’è un bimbo, c’è un “grumo di cellule”. Ecco che così tutto diventa lecito!

La modifica del linguaggio è il primo subdolo mezzo che la cultura dominante utilizza per manipolare il cervello delle persone. Così il termine crudo, “aborto”, viene sostituito con l’acronimo IVG (interruzione volontaria della gravidanza). Così, ancora, l’omicidio del consenziente (e purtroppo, in molti paesi, anche del non consenziente) diventa “eutanasia”, dal greco “eu” buono-bene e “tànathos” morte!”: buona morte! Piccolo particolare: questa morte, almeno in Italia, dove vige un’eutanasia di tipo omissivo (mascherata), la morte non è nemmeno rapida come quando ci si spara un colpo di pistola alla tempia. No. E’ lenta:  “per interruzione dei sostegni vitali”, dicono. In pratica per fame e per sete. Cacotanasìa, sarebbe invece il termine più appropriato: sempre dal greco: “kakòs” brutto-cattivo e “tànathos” morte!

Qualche altro esempio? Le medicine, che dall’origine dei tempi sono state ideate per salvare le vite, vengono ora utilizzate per sopprimere la vita: RU486, la “pillola del giorno dopo”! Cosa è in realtà? Un pesticida umano. In pratica, se non hai abbastanza fegato per abortire in sala operatoria, ti diamo la pilloletta che uccide l’embrione appena nato dentro di te. Non si vede niente, non si soffre, omettiamo di dirti che ci potrebbero essere delle controindicazioni, e… vai tranquilla!

E infine, la GPA, subdolamente proposta come “gestazione per altri”. In pratica è l’ “utero in affitto”, una pratica che finanche le femministe hanno proposto di mettere al bando per la mercificazione che propone del corpo della donna. Prendiamo il seme da un uomo (il padre), l’ovulo da una donna (la madre biologica), lo fecondiamo e poi possiamo farlo gestare alla stessa donna o anche (perché no?) a una terza donna (la madre gestante, come fosse un forno). I donatori li scegliamo da un catalogo, per avere il prodotto che desideriamo (alto, biondo) e, chiaramente, firmiamo un bel contrattino, dove è tutto spiegato ben bene: il compenso, i tempi di consegna… e tra le clausole anche la possibilità di recesso (l’aborto) nel caso che la “merce” (il bambino) si presentasse difettosa… Un abominio! Là dove la libertà di un ricco arriva a togliere a un povero anche la dignità di essere genitore. Il padre cancellato. A volte non si sa nemmeno chi sia (ci sono i donatori anonimi di sperma), la madre senza alcun diritto sul bambino, che appena nato cambia proprietà. Spesso il meccanismo della doppia madre, quella biologica, che dona l’ovulo, e quella gestante, che poi partorisce, è utilizzato proprio come metodo per far perdere ogni traccia del concetto stesso di madre. Si pensi a un bambino “adottato” (in realtà comprato) in questo modo da due “padri” omosessuali (esempi sono disponibili ampiamente nel mondo dello spettacolo e anche in quello di certa sinistra politica)…

Ora hanno iniziato, di fronte all’evidenza di questo mercimonio, a proporre questa GPA, gestazione per altri, come gesto di altruismo. Non “vendono”, prendono solo un “rimborso spese”! Ma se anche esistesse qualche donna disposta per malinteso altruismo a farsi bombardare di ormoni per produrre ovuli e a “gestare per altri”, per nove mesi, un bambino, questo costituirebbe comunque un ritorno all’antichità pagana, quando gli schiavi si compravano e, per generosità, si potevano anche regalare…

Le persone non sono cose. Ebbene, di fronte a questo assioma sempre più frequentemente ormai capiterà di sentirci dare del “medievale”, semplicemente perché difendiamo l’ovvio, che un bambino ha diritto di nascere e di avere la sua mamma e il suo papà. E se, per i casi dolorosi della vita, dovesse perderli… ha diritto a trovare, grazie alla generosità di tante “normalissime” coppie, un’altra mamma e un altro papà. A noi continuare a pensare che i bimbi sono il bastone della vecchiaia dei genitori e di tutta la società, nonostante nelle nostre case non si sentano più le loro grida gioiose, ma solo i lamenti dei vecchi. A noi custodire la vita curando gli anziani nella nostra casa e accompagnandoli per mano alla Porta del Cielo. Lasciandoli poi lì, nelle mani del Padre Onnipotente, perché ci preparino un posto.



UNA VACANZA DIVERSA
maggio 27, 2018, 3:15 pm
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Il termine vacanza deriva dal verbo latino “vacare”, che significa “essere privo di… essere vuoto, libero, non occupato; riferito soprattutto a un impiego, un lavoro, una carica…”. Essere in vacanza, quindi, liberi dai propri impegni lavorativi, significa indirettamente “avere il tempo per dedicarsi ad altro”. La vacanza è pertanto un periodo di vuoto, di riposo dalle proprie attività abituali, che è necessario in qualche modo riempire in maniera utile per sé e per la propria famiglia. L’importante, però, è capire bene come riempire questo tempo.

Siamo soliti pensare alle vacanze come a un periodo di svago o di divertimento; un periodo di riposo, al mare o in montagna, magari in compagnia della propria famiglia o degli amici più cari; un periodo in cui ci si dedica a conoscere luoghi e genti diverse, attraverso i viaggi. Tutte cose buone in sé (se assunte nella retta intenzione del proprio cuore), ma che possono diventare anche semplicemente un modo per alienarsi, per fuggire dalla realtà della propria vita, per non pensare, almeno per qualche giorno. Così, ad esempio, lo svago e il divertimento possono diventare ricerca ossessiva dello “sballo”, le vacanze con la famiglia o gli amici semplicemente un obbligo funzionale alla ostentazione della propria ricchezza, i viaggi un tentativo di evadere dalla propria storia.

Come mettere a frutto, allora, il periodo di vacanza dal proprio lavoro e dai propri impegni? Una premessa e alcune proposte.

La premessa è che la capacità di amare il coniuge, i figli, gli amici e di dedicarsi vicendevolmente l’uno all’altro, cioè la capacità di donarsi, ha una radice che è necessario tenere sempre in vita. Questa radice è il proprio rapporto con Dio, fonte dell’Amore, e si esplica nella preghiera. E’ indispensabile allora, per vivere in maniera proficua un periodo di vacanza, evitare di tagliare la radice e partire sempre dalla preghiera, cioè dal mettersi al cospetto dell’amore di Dio Padre, della grazia del Figlio Gesù Cristo e della comunione dello Spirito Santo. Che le vacanze partano quindi con un congruo periodo di silenzio interiore e di preghiera profonda! Il silenzio, molte volte, ci fa paura, perché non siamo abituati a guardare dentro noi stessi e guardare dentro noi stessi spesso è faticoso e tutt’altro che piacevole. Però spesso è presupposto indispensabile per poter ascoltare la voce di Dio, chiedendogli la grazia di non disperare di fronte ai nostri peccati e di illuminare la storia che sta facendo con noi, per godere della comunione che lo Spirito Santo ci può fare sperimentare sia con le Persone Divine che con i nostri cari, familiari in primis.

La preghiera mattutina dei genitori, ad esempio quella delle Lodi, appena svegli, è allora tutt’altro che tempo sprecato. E’ infatti la preghiera delle sentinelle che vegliano sulla loro casa, la porta d’oro attraverso la quale si entra in una giornata santificata. Anche un breve periodo di esercizi spirituali, da soli o in coppia (magari saranno ben felici i nonni di accudire i nipotini…), o ancora un pellegrinaggio (magari di tutta la famiglia) possono essere modi per staccare la spina e provare a iniziare le vacanze operando una revisione dei propri comportamenti e della propria vita. Insomma, non mancherà alla Divina Provvidenza di promuovere le ispirazioni e le combinazioni che possano indirizzare ciascuno lì dove è chiamato dalla retta intenzione del cuore…

Restano poi i giorni di vacanza, nei quali l’obiettivo che vorrei porre (anche a me stesso) è quello della contemplazione, piuttosto che quello di “fare delle cose”. Contemplare è un po’ rimanere estasiati davanti al mistero della creazione, davanti alla bellezza delle cose e delle persone che ci circondano. In questo senso non è indispensabile indebitarsi per andare chissà dove o per fare chissà cosa… E’ sempre possibile trovare intorno a noi motivi di stupore e momenti di vero riposo. Il vero riposo, infatti, è quello in cui Dio, nel settimo giorno, si fermò a contemplare tutto quello che aveva creato, compiacendosi che fosse “cosa buona”.

E allora, è un po’ a sua immagine che siamo chiamati a contemplare serenamente i nostri figli che giocano instancabili al mare o in montagna, e non importa che il mare sia quello della Sardegna piuttosto che quello di Bagnoli e che la montagna siano le Dolomiti o piuttosto i Camaldoli! In fondo anche una semplice passeggiata in famiglia o una cenetta con gli amici, in una città svuotata nella calura estiva, può offrire momenti di comunione nella Verità e rivelarsi come “vacanza”. Una vacanza diversa. Vacanza dal lavoro riempita dalla ricerca di Dio.



IL FIGLIO SOSPESO
maggio 15, 2018, 3:34 pm
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Un film capolavoro oscurato dai circuiti tradizionali…

Ho assistito in parrocchia alla proiezione di un film comparso come una meteora nella programmazione napoletana (solo alle 16.30 di un giorno feriale al Cinema delle Palme, ora chiuso): “Il figlio sospeso” di Egidio Termine.

Un film che commuove profondamente e che tratta, senza alcun moralismo, la storia di un “utero in affitto”, una “maternità surrogata”. Sarebbe stato molto facile partire dalla compravendita di un bambino per bollarla come criminale. Qui si esaminano invece, con grande delicatezza, le conseguenze psicologiche profonde di una “gestazione per altri” su ognuna delle figure coinvolte (le madri e il figlio). Il tutto connesso a un’altra piaga della nostra società: l’assenza del padre. E questo nonostante la decisione di cedere un figlio, pur partita da una necessità economica, diventi poi un gesto di altruismo (con la scoperta di un tumore da parte della madre, che lascia alla madre adottiva il bambino per donargli un futuro migliore).

“La verità vi farà liberi” è la frase evangelica riportata nella locandina. Il giovane protagonista, Lauro (un ottimo Paolo Briguglia), fa così un percorso di scoperta e di graduale accettazione della propria storia che alla fine, sotto il simbolo del Faro, lo porta a ritrovare dentro di sé, il qualche modo, la figura del padre. Il padre che, alla fine, lo lancia finalmente nella vita.

Mi ha profondamente commosso la scena finale (quella riportata nella locandina), in cui il giovane Lauro, finalmente, si rivede bambino, al mare, lanciato in aria dal padre. Un gioco che ho fatto mille volte con mio figlio, tornandomene dopo ore di fatica e di risate sulla spiaggia, spossato ma felice. Una metafora meravigliosa sul ruolo del padre. Colui che prende, solleva e lancia con la sua forza nella vita.

Un film davanti al quale non si può restare indifferenti, che andrebbe rivisto per coglierne in pienezza la miriade di riferimenti e di simboli. Un film incredibilmente escluso dai circuiti della grande distribuzione. Siamo costretti a vedere continuamente robaccia, a discutere di elucubrazioni mentali cervellotiche alla Sorrentino, mentre perle come questa sono tenute nascoste dal potere in un cassetto.