il blog di Topenz


LA VERITA’ VI FARA’ LIBERI
agosto 19, 2021, 4:03 PM
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Ci avviamo al terzo capodanno dell’era Covid. In realtà si tratta di un’era già cominciata da tempo, i cui frutti sono alla fine maturati e ora sono ben visibili sull’albero. Il disegno sta per svelarsi, tutto il male si sta rivelando.

L’uomo nichilista occidentale, ateo pratico, che pure ha ricostruito l’Occidente dopo la II Guerra Mondiale, si è a lungo confrontato con l’uomo marxista, ateo dichiarato, la cui ideologia era imperniata sul sovvertimento delle strutture della società e sulla collettivizzazione dei mezzi di produzione. Da questo confronto, però, è venuto fuori un terribile mostro ibrido: il capital-comunismo, che oggi è ben esemplificato dall’immagine diabolica del dragone cinese. Il capitale e i mezzi di produzione, l’Alta Finanza e la Politica, insieme, si stanno mangiando l’Uomo. Una oligarchia sovranazionale, massonica e neo-malthusiana, amministra l’Occidente.

Negli ultimi decenni abbiamo così assistito al progressivo uniformarsi di tutte le testate giornalistiche a questo Pensiero Unico. I titoli delle prime pagine dei giornali immancabilmente tutti sullo stesso argomento, ogni giorno, fino ad oggi. Il mostro è talmente potente e pervasivo da decidere anche di cosa dobbiamo parlare. Già dieci anni fa mi chiedevo: possibile che per tutti siano importanti le stesse cose, ogni giorno, anche quando non succede niente di speciale? E così anche la TV e tutti i media, la cultura, la scuola, la giustizia. Un’ondata di omologazione che ha preso le menti e i cuori dei giovani, di una intera generazione.

Hanno zittito ogni forma di confronto valoriale, negando la dignità alla resistenza, peraltro sempre più debole, a questo lavaggio del cervello. Parlano per slogan semplificati. Hanno cambiato l’acqua (la cultura) nella quale nuotavamo e l’hanno riscaldata al punto da farla diventare un brodo indistinto e dolciastro di melassa fintamente buonista. Il capitale agli oligarchi, mentre ai lavoratori, tutti precarizzati, si concede di diventare uguali tra loro, come nell’utopia comunista. Dimenticando che siamo invece, per grazia di Dio, tutti diversi, affinché possiamo sperimentare la bellezza della comunione (e non la sua scimmia: il comunismo).  Talvolta questo Pensiero Unico ha anche accettato finte trasgressioni o finte rivolte, arrivando a premiarle, come ad esempio nella musica, giusto per mostrare i lustrini di una libertà di facciata (anche qui, ovviamente, parliamo di una scimmia della libertà).

Le notizie? Filtrate e aggiustate, quando non occultate. Basta con gli operai, i lavoratori, le cui lotte riempivano i giornali ai tempi della mia gioventù e oggi sono praticamente sparite (i partiti di sinistra sono ormai i lacché dell’Alta Finanza e sono decantati da aedi miliardari divenuti tali vendendo smalto colorato per unghie agli uomini); avanti con il multiculturalismo, l’omosessualismo, l’aborto, l’eutanasia, i diritti (ma sarebbe più corretto parlare di desideri) di minoranze che, nonostante siano appunto minoranze, dominano incontrastate i media, l’informazione e la cultura. Costringendoci a parlare di questi temi! La maggioranza è stata alla fine schiacciata culturalmente da una minoranza, poi lobotomizzata, e infine rieducata in quel grande laogai che è il mondo dell’informazione. Le ultime rivolte, provenienti dal confuso mare magnum della rete, vengono ormai sedate da Gestori Privati di questo Pensiero Unico Sovranazionale. Finanche il presidente degli Stati Uniti, se non si accoda al leviatano, viene bannato e ostracizzato come nell’antica Grecia.

Viviamo così in un mondo in cui non esistono più aggregati sociali, dove le femmine sono contro i maschi, la famiglia è cosa brutta e dipinta come covo di violenza, dove anche i partiti politici diventano satrapìe personali e non luoghi di aggregazione sulla base di una comunanza di valori. Ecco il risultato! In pochi decenni è stata modellata una generazione di uomini soli, precari, sia lavorativamente che affettivamente, inesistenti dal punto di vista valoriale e spirituale. Canne sbattute dal vento. Consumatori perfetti in preda solo ai propri desideri.

E ora l’ultimo atto: il Covid! Nella precarietà e nell’assenza di valori, dilaga l’angoscia. Senza elementi di conoscenza della realtà ogni decisione diventa aleatoria. La stessa ragione, in assenza di elementi affidabili su cui poggiare, mostra i suoi limiti. Perché se non conosci la verità non puoi usare nemmeno la tua ragione per discernere ciò che è bene e ciò che è male. Ci hanno detto tutto e il contrario di tutto sul virus e sui vaccini, in base a pretese basi scientifiche non sempre verificate o verificabili. Le fake-news piovono a gragnuola da ambo le parti. La mia impressione è che i governi non ne sparino meno dei loro sudditi. Non sappiamo. Non sappiamo niente. Non abbiamo gli strumenti per discernere. E finiamo per dividerci tra noi quando siamo tutti, indistintamente, delle povere vittime. Ancora ricordo la radice del nome del responsabile di tutto questo: Dia-ballo, io divido, e lo vedo ben presente insieme ai suoi servi.

Ci manca la Verità, quindi, che è il presupposto della libertà. Gesù ha detto «la verità vi farà liberi» e «Io sono la via, la verità, la vita» (ricordiamo che “Io sono”, l’Essere, è Dio). La Verità assoluta, quella con la maiuscola, è nel Dio che si fa uomo e parla infatti nella coscienza di ogni uomo. Ci manca però anche la verità, quella con la minuscola, che deriva dalla descrizione della realtà. Senza questa verità non possiamo nemmeno cercare la libertà, possiamo solo camminare a tentoni nel buio. Per questo siamo in catene, anche se gridiamo della nostra pretesa di autodeterminarci perfino rispetto al dono della vita. «Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato». Ecco, siamo schiavi per lo stesso peccato di Adamo ed Eva: ergersi come dio al posto di Dio. Quest’uomo, che si è fatto dio di se stesso, si domanda come Pilato, poco prima di lavarsi le mani: “Quid est veritas?” e non riconosce che la Verità è davanti a Lui e viene da Dio.

E allora? Tutto è perduto? No, certo. Gesù è il Signore e Maria Sua e nostra madre ci accompagna. C’è ancora una Speranza, nascosta sotto la neve. Coraggio, piccolo gregge!



CIAO, PADRE LORENZO, A DIO!

Devo premettere che, prima di conoscere Padre Lorenzo, il Signore si era affacciato nella mia vita attraverso un libro del grandissimo Giovanni Paolo II: “Varcare le soglie della speranza”. Quel papa Santo mi aveva aperto il cuore e aveva fugato una serie di nebbie che in materia di religione si erano alzate nel mio cuore dalla maggiore età in poi.

Così cercavo, quando conobbi Padre Lorenzo, per la grazia di Cristo che lo aveva preceduto preparandomi il cuore. Lo conobbi negli incontri del corso prematrimoniale, dove recalcitravo e mia moglie mi tirava come si fa con un muletto che non vuole andare avanti… specie quando mi “costrinsero” ad andare a Messa la domenica. Una pratica per me ormai desueta. A questo punto, proprio in una di queste Messe, padre Lorenzo fece esplodere il primo botto nel mio cuore. Si era già aperto un spiraglio, ma quella domenica diventò uno strappo. Padre Lorenzo, con fare duro (il che in fondo a me piace, perché le sdolcinatezze e il buonismo melenso mi hanno sempre suscitato una istintiva antipatia), disse: “Se pensate di essere venuti qua dentro per fare un piacere al Signore potete pure andarvene. Andate pure, il Signore vi ama lo stesso, andate finché non avrete capito che qua si viene per ricevere, non per dare…”. Era vero. E lo Spirito Santo lo attestò con un boato nel mio cuore.  Quei boati che senti solo tu. Solo l’anno dopo avrei cantato con il salmista: “Che cosa posso rendere al Signore per il bene che mi ha fatto?”.

Da quel giorno iniziai a correre agli incontri prima di mia moglie. Il seme era piantato. Così iniziammo l’itinerario del Cammino Neocatecumenale e ogni settimana andavo alla liturgia della Parola con impaziente attesa: “Che cosa mi vorrà dire oggi il Signore?”. Suonavo la chitarra, diventai il cantore della mia comunità. Il padre mi invitò ad animare coi canti le Messe in parrocchia. Intanto la Parola mi parlava e dopo Padre Lorenzo la rendeva attuale con i suoi esempi. Quante intuizioni, quante indicazioni per la mia vita! Sono passati tanti anni e non si contano più. E quando restavo interdetto davanti alla direzione da prendere, io, che ero sempre stato abituato a fare di testa mia, chiedevo al padre, che mi aiutava a sciogliere i nodi più intricati. E il bello è che obbedivo! Come ci cambia Gesù!

Quando per limiti di età il compianto Nino Fiore non poté più aiutarlo, mi chiese di collaborare alla redazione del Granellino, che allora usciva con cadenza settimanale. Allora ci affiatammo sempre più. Il padre scriveva continuamente, di tutto e di più, fogli su fogli, in qualunque momento. Scriveva a penna, non ha mai imparato a scrivere con il pc. Anzi, qualche tentativo di informatizzarsi a cui ho assistito era quasi esilarante (anche se poi, negli ultimi tempi, aveva imparato a usare il cellulare). Allora mi chiedeva di ricopiare gli articoli per Spiritus Domini o il Granellino dicendomi: “va be’ poi vedi un po’ tu, aggiungi o togli qualcosa, sistemalo…”. Controllava tutto, ma si vedeva che si fidava. Da Guida era diventato una Guida Amica.

Una volta mi fece commuovere perché scrisse un articoletto in cui parlava di Davide e Gionata e si capiva che Davide era lui e Gionata ero io… Un’altra volta era quasi mezzanotte e rimase impigliato nella segreteria telefonica, dormivo già e non feci in tempo a risponde, ma sentii il suo messaggio, con voce plumbea: “Enzo, sono le 11 e mezzo, domani dobbiamo andare in stampa e… non ho il salmo!” (tenevo la rubrica con il commento sui salmi). Lavorava sempre fino a tardi, senza risparmiarsi. Un’altra volta la stamperia sbagliò a comporre il titolo di copertina (‘patre’ al posto di ‘padre’). Padre Lorenzo non se n’era accorto… quando glielo feci notare si disperò per un attimo…  ma poi, risoluto, chiamò il poveretto e con tono imperativo gli fece ristampare tutte le copertine (migliaia di copie) nella stessa giornata!

Padre Lorenzo era per me una colonna, un riferimento al quale potevo ricorrere in ogni momento, dopo un alterco con mia moglie o quando c’era da prendere qualche decisione seria. E lui era sempre lì. Sempre al suo posto. Sapevi che se lo chiamavi lo trovavi sempre. “Beato quel servo che il Padrone, al suo ritorno, troverà al posto che gli aveva assegnato”, il suo posto era il posto del pastore. Sapevi che, se ti doveva dire qualcosa, te la diceva senza tanti giri di parole e che, se ti doveva dare torto, te lo dava, come sempre deve fare un amico vero. Capitava che qualche volta, dopo avermi redarguito per qualche cosa, mi prendeva poi in disparte e mi diceva: “…ma mica ti sei offeso?” e io: “Padre, tu mi puoi dire sempre quello che vuoi, come vuoi e quando vuoi! Lo so che mi vuoi bene”. E lui sapeva che anche io gliene volevo, non c’era bisogno di proclami o smancerie. A ben vedere penso che non ci siamo mai abbracciati.

Negli ultimi tempi andavo a trovarlo a Pianura, era rimpicciolito e dimagrito, ma, come sempre, al suo posto. Mi faceva il caffè nella macchinetta, mi confessava, lo relazionavo sugli eventi della mia famiglia. Chiedeva di tutti… In queste ultime chiacchierate ripeteva spesso, rifacendosi a don Giustino, che a volte sentiva il “brivido della morte” e che questo gli faceva bene. Lui era pronto.

E’ stato per me come il palo tutore che si mette a sostegno di un albero malfermo, perché abbia il tempo di radicare e nel frattempo non se lo porti via il vento. Ecco, il palo tutore è stato tolto. Che le radici che lui ha contribuito a farmi mettere siano sufficienti a fare arrivare anche me al Cielo, dov’è lui! Ciao, padre Lorenzo, a Dio.



IL LIEVITO DEL REGNO
marzo 21, 2021, 10:43 am
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I cristiani sono luce, sale e lievito della società. San Paolo ci dice che “un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta” (Gal 5,9). Infatti, se abbiamo della farina e a questa aggiungiamo del lievito, questo si scioglie nella massa e alla fine non si distingue più il lievito dalla farina. Il lievito l’ha fermentata e ha fatto crescere tutto l’impasto.

Nel Vangelo, Matteo ancor più chiaramente spiega, riportando una parabola di Gesù, che “il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti” (Mt 13,33). Così bisogna riconoscere che le comunità cristiane, fin dal primo secolo, hanno fermentato la storia, molto più di quanto non appaia agli occhi del mondo. Dal primo annuncio del kerigma si sono sviluppate le piccole comunità cristiane, che hanno amplificato poi l’annuncio con l’esempio. Quello che è avvenuto nella storia, soprattutto nel mondo occidentale, ha infatti una origine nel lievito delle prime comunità cristiane che nel tempo hanno fatto crescere la società. L’origine degli ospedali, come oggi sono concepiti, o quella degli orfanatrofi, sono solo alcuni degli esempi di opere di solidarietà che si sono poi consolidate nella società e che hanno portato comunque una impronta cristiana e solidale anche in ambiti non propriamente religiosi.

Siamo lievito, quindi, immesso nella pasta, perché “viviamo nel mondo, ma non siamo del mondo” (Gv17, 14). Siamo immessi nella pasta, in piccola quantità, perché tutta la pasta cresca e diventi buona e, attraverso l’inculturazione dei principi cristiani, salga il profumo di Cristo a Dio onnipotente. Nella lettera a Diogneto è scritto che “i cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio, né per il modo di parlare, né per la foggia dei loro vestiti… non usano qualche strano linguaggio, risiedono in città diverse, così come capita… e, pur seguendo i costumi del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa”.

E’ evidente quindi che ogni singolo uomo, tramite le sue azioni, trasmette il suo lievito alla società nella quale vive. Cerchiamo perciò, come cristiani, di essere lievito buono, puro, pulito: cerchiamo di essere “lievito madre”! Esiste infatti anche un lievito cattivo, come spiega San Paolo: “Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità” (1Cor 5,6-8).

Bisogna passare attraverso il Battesimo e, successivamente, attraverso il Sacramento della Riconciliazione, tornare azzimi togliendo via il lievito vecchio dei nostri peccati! E dopo, con l’Eucaristia, Gesù viene a noi per donarci la Sua presenza reale e il Suo Spirito: appunto il lievito madre, una forza che viene dall’esterno dell’uomo, dall’alto, nella Risurrezione Pasquale, e fa fermentare e crescere con il suo buon profumo la nostra vita e tutto ciò che ci sta intorno, a partire dalla nostra comunità cristiana.

Guardiamoci dunque dal lievito cattivo, per rinnovarci azzimi ogni giorno e ricevere il lievito madre della sana dottrina, come singoli, come comunità, come Chiesa. Ci ammonisce infatti profeticamente San Paolo: “Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie” (2Tim 4,3). La falsa dottrina, il Vangelo annacquato, la scarsa attenzione alla pulizia della nostra anima, sono le vie attraverso le quali entra dentro di noi e nelle nostre comunità il lievito velenoso. Attenzione quindi a ciò che entra nella nostra anima attraverso i sensi, un vero e proprio assedio di immagini, convinzioni fasulle, negazioni della stessa legge naturale, che oggi, attraverso i mezzi di comunicazione di massa, invade la società e corrompe i giovani, convincendoli che, in fondo, certe cose sono normali… che male c’è? Convincendoli (basta vedere qualunque serie televisiva) che i cattivi sono sempre i preti e le strutture ecclesiastiche, mentre i buoni sono sempre i ribelli, i “pacifinti” (cioè quelli che vogliono la pace solo a parole e finché sei d’accordo con loro), i “gay”, specie se “sposati”, i “neri”, specie se organizzano tumulti di piazza … Ovviamente niente contro nessuna persona e condanna per ogni discriminazione, per carità, ma la realtà è molto più complessa, perché è l’Uomo, in quanto tale, che può essere buono o cattivo, al di là della sua appartenenza a questa o quella categoria.

Finta bontà e lievito cattivo entrano così a corrompere l’impasto. La scimmia di Dio, il demonio, inocula oggi più di ieri il suo lievito cattivo, cosicché c’è sempre più bisogno di tornare azzimi e di conservare il lievito madre, perché si possa ripartire, dopo la resilienza a cui siamo costretti da questo assedio, con una Nuova Evangelizzazione. Lo Spirito Santo ci aiuti a discernere, a resistere e a ripartire per una nuova era, quella del trionfo dei cuori immacolati di Gesù e Maria.



VOI SIETE LA LUCE DEL MONDO
febbraio 20, 2021, 4:30 PM
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“Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14) segue immediatamente, nel Sermone della Montagna, l’altra affermazione “Voi siete il sale della terra” riferita da Gesù ai suoi discepoli. Siamo sale e siamo luce. Attenzione. Non si tratta di un’esortazione, del tipo “Voi dovete essere sale, voi dovete essere luce…”, oppure di una speranza, tipo “diventerete sale, diventerete luce…”. No. Gesù ci dice che siamo già sale e siamo già luce, come dato di fatto. Ora. In ogni giorno della nostra vita cristiana, siamo già sale e luce. Per il solo fatto di aver ascoltato l’annuncio dell’uomo nuovo racchiuso nel Sermone della Montagna, che poi è il compimento perfetto dei dieci comandamenti. Perché il Sermone della Montagna è perfettamente compiuto in Gesù Cristo e, per la Sua grazia, deve compiersi in ciascuno di noi, che siamo pur sempre luce, seppure con una intensità che nella vita dovrebbe diventare crescente.

La creazione della luce precede la creazione della vita. “Dio disse: sia la luce! E la luce fu” (Gen 1,3). Non a caso il big-bang, che gli scienziati additano come inizio dell’universo, è una manifestazione di energia vitale che si manifesta come un immenso lampo di luce. La luce divina, come manifestazione della potenza creatrice di Dio, chiama all’esistenza tutte le cose. La luce divina permette di vedere la Verità delle cose create e, nello spirito, la stessa Verità di Dio. A seguito però del peccato originale, nella sua libertà, l’uomo ha scelto le tenebre e, indebolito nella sua capacità di discernimento, non riesce più distinguere questa verità, a vedere il bene e il male.

Dio però ha parlato, e ha lasciato agli uomini di ogni tempo la Sua Parola come lampada per i nostri passi (cfr. Sal 118). E ha incarnato la sua Parola in Gesù per operare una seconda creazione, un uomo nuovo, un nuovo Adamo. E ancora oggi il Cristo manda i suoi discepoli, gli evangelizzatori, i cristiani, per far risplendere in noi, come in uno specchio, la luce divina sui cuori oscurati dalle tenebre della morte. Consapevoli che questa lotta non è contro creature di carne e di sangue, ma contro gli spiriti del male che abitano questo mondo di tenebra, e che va combattuta rivestiti dell’armatura di Dio, indossando le armi della luce (cfr. Ef 6,12).

Mentre l’immagine del sale viene chiusa con un’ammonizione a non perdere il sapore per non finire calpestati, quella della luce viene completata da due similitudini che consentono a chiunque di comprendere l’ineludibilità di questa condizione propria del cristiano, di questo essere luce. “Non può rimanere nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa (Mt 5, 15).

Qual è la città collocata sopra il monte? Certamente i discepoli che ascoltavano il sermone della montagna sapevano bene che questa città è Gerusalemme, posta in alto con la rocca di Sion per attrarre tutti i popoli all’incontro con Dio. Israele sa bene che la sua elezione è in funzione dei popoli, luce per le nazioni. E noi sappiamo che Gerusalemme è una immagine della Chiesa[1]. E’ una immagine quindi dei battezzati e di ogni comunità cristiana. Dove si insedia una comunità cristiana questa, automaticamente, costituisce un fatto con cui tutta la società prima o poi si deve confrontare. La candela ricevuta nel giorno del Battesimo, la candela della Fede, sarà posta da ogni discepolo sul Golgota, sulla croce di Gesù Cristo, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani. Di fronte a questa luce, quella dell’uomo che non resiste al male ma che porta su di sé i peccati degli altri, in modo misterioso Dio chiama alla conversione gli uomini di ogni tempo. Di fronte a un apparente sconfitto, infatti, il centurione esclamò: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15, 39). Di fronte a San Giovanni Paolo II che non riusciva più nemmeno a parlare, il mondo chinò il capo riconoscendo che quell’uomo rendeva testimonianza alla Verità…

Guardiamo ora a una casa ebraica del I secolo: la lucerna, quando fa sera, veniva accesa in alto, perché potesse illuminare tutta la stanza. Sarebbe assurdo, quindi nasconderla sotto il moggio, cioè sotto un secchio. Perderebbe la sua stessa ragione di essere.  Bene. Il dono di essere luce, allora, non lo possiamo nascondere. Anzi, dovremmo essere coscienti che prima o poi saremo messi sul lucerniere! E’ quindi completamente assurdo quanto oggi continuamente ci viene proposto dai media, la visione di una religione resa privata, rinchiusa tra le mura domestiche, che già da tempo si esprime visibilmente nella nostra società attraverso la rimozione dei simboli e la persecuzione quanto meno mediatica se non anche fisica. Un cristiano, se veramente è un cristiano, se ha fatto esperienza di Gesù Cristo, non può tenersi dentro la Buona Notizia, ma la annunzia, la grida dai tetti! Come il lebbroso guarito che, nonostante Gesù gli dica di non dire a nessuno che lo ha guarito, se ne va in giro a proclamarlo ai quattro venti. Non si tratta di proselitismo, parola che spesso viene impropriamente associata all’evangelizzazione, ma, appunto, di evangelizzazione! Quella che è un nostro dovere di discepoli: “Guai a me se non annunziassi il Vangelo”, come dice San Paolo (1Cor 9,16). L’evangelizzazione dei fatti, della comunione fraterna che brilla nel quartiere per mezzo della tua comunità cristiana, pur nella debolezza e nelle cadute che ognuno di noi ogni giorno sopporta, e propone con mansuetudine al mondo che esiste un altro modo di vivere, nell’amore e dall’unità. E’ di fronte a questo amore, a questa unità, che i pagani del nostro tempo, pieni di nostalgia, torneranno a Dio esclamando: “Guardate come si amano!”. “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché essi vedano le vostre opere buone e rendano gloria il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16)


[1] Anche la Vergine Maria è immagine della Chiesa. E anche lei, su un monte, a Medjugorje, sta facendo luce a tutte le nazioni in questi tempi decisivi per la salvezza dell’umanità.



BEATO QUEL SERVO…
febbraio 10, 2021, 6:52 PM
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Caro Padre Lorenzo,

sei ricoverato, isolato, pronato, sotto ossigeno per questo maledetto Coronavirus. Ci manchi. Mi hanno detto che fai fatica a parlare e che è meglio non chiamarti per non farti stancare. Eppure non sai quanto desidererei farmi una chiacchierata con te, aspettando che poi magari mi fai il caffè nella macchinetta (con il miele al posto dello zucchero).

In questo momento mi è arrivato sul telefonino “il Granellino” del Vangelo di domani, 11 febbraio. Ce l’hai fatta a scriverlo anche oggi, dalla terapia intensiva!  “Beato quel servo che il padrone, tornando, troverà al suo lavoro” (Lc 12, 43).

E nella mia debolezza non posso non sperare che il Padrone si sia affacciato sulla tua vita, come già ha fatto tante altre volte e, avendoti trovato al posto che ti ha assegnato, possa anche questa volta ascoltare le nostre preghiere e, sorridendo benevolo, lasciarti ancora un po’ qui con noi prima di “metterti a capo di tutti i suoi averi” (Lc 12,44).

So bene che, alla fine, la chiacchierata -un po’ come quella di Agostino e Monica nella casa di Ostia- ce la faremo comunque, quaggiù o lassù. Tu lo sai meglio di me. Anzi, me lo hai insegnato: “Sia che moriamo sia che viviamo siamo del Signore” (Rm 14,8).  Ti voglio bene, sei come un secondo padre per me (e sai quanto bene ho voluto a mio padre).

Sto pregando che il Signore abbia misericordia di noi e ti lasci ancora un po’ quaggiù ad aiutarci, alleviando le tue sofferenze. Non c’è porta chiusa e non c’è isolamento che tenga di fronte alla potenza della preghiera. La preghiera passa attraverso i muri, come Cristo Risorto!

Tuo Enzo



VOI SIETE IL SALE DELLA TERRA
gennaio 3, 2021, 11:18 am
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“Voi siete il sale della terra” (Mt 15,13a). Nel Sermone della Montagna questa esortazione segue immediatamente le beatitudini. Gesù si rivolge con queste parole a chi ha iniziato a seguirlo, ai suoi discepoli. E mostra loro la missione: Essere sale e luce per l’umanità. Quali sono le funzioni del sale?

Il sale serve a condire, a dare gusto e sapore agli alimenti. Come? Sciogliendosi. Come la minestra, con i suoi tanti ingredienti, ha bisogno che vi sia sciolto un pizzico di sale perché i sapori di tutti gli ingredienti siano esaltati, così il mondo ha bisogno del piccolo gregge dei cristiani perché tutti gli elementi della società siano in qualche modo vivificati. I genitori cristiani sono il sale che dà sapore alla famiglia, la famiglia cristiana dà sapore alla società. Nella lettera a Diogneto, antico scritto cristiano dei primi secoli, si dice che “come l’anima abita nel corpo, ma non è del corpo, così i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo”. I cristiani sono chiamati quindi a sciogliersi come sale della terra, portando sempre nel loro corpo il morire di Gesù, affinché sia manifesta in loro la Sua risurrezione (cfr. 2Cor 4, 7-12). Mentre il cristiano muore il mondo riceve la vita. Disporre la propria vita a beneficio di tutti, come Cristo. Soffrire sulla croce, come Cristo, perché quando noi moriamo per il nostro prossimo, questi riceve la vita, anzi, di più: il mondo  intero riceve la vita. E anche noi entriamo trionfanti nella Vita Eterna.

Il sale, poi, serve a preservare dalla corruzione. E’ infatti, fin dall’antichità, un mezzo per conservare gli alimenti. Gesù vuole quindi dire ai suoi discepoli che sono chiamati a conservare integra la fede che hanno ricevuto e a trasmetterla agli altri incorrotta. E lo fa istituendo con loro un’alleanza, sigillata, alla maniera degli antichi, proprio con il sale che preserva dalla corruzione: “Non lascerai mancare il sale dell’alleanza del tuo Dio, sopra ogni tua offerta offrirai del sale” (Lv 2,13).

Essere sale significa allora mantenere integro il deposito della fede, come ci esorta San Paolo: “Perciò, fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete apprese, così dalla nostra parola come dalla nostra lettera.” (2 Ts 2,15). In questo particolare momento storico il gregge sempre più piccolo dei cristiani (cfr. Lc 12, 32) ha davanti a sé la grande sfida di mantenere integro il deposito della fede. E’ necessario parlare alla vita degli uomini di questa generazione senza annacquare o perdere la nostra identità cristiana. Che questa alleanza sigillata dal sale ci protegga! Nell’imperversare del male è giunto probabilmente il momento della resilienza, di conservare il seme integro per una nuova primavera, che prima o poi verrà. D’altra parte nel 2002, durante la XVII Giornata Mondiale della Gioventù, San Giovanni Paolo II così si rivolse profeticamente ai giovani: “Scoprite le vostre radici cristiane, approfondite la conoscenza dell’eredità spirituale che vi è stata trasmessa, seguite i maestri che vi hanno preceduto! Solo restando fedeli ai comandamenti di Dio, all’Alleanza che Cristo ha suggellato con il Suo sangue, potrete essere gli apostoli e i testimoni del Terzo Millennio”.

Ancora un’altra considerazione sulla natura del sale: “Siamo sale, non miele”, scrisse in maniera cruda  Georges Bernanos. Il sale brucia, dà fastidio, ma disinfetta la ferita solo di chi non si ritrae. Se siamo veramente sale daremo fastidio sicuramente a qualcuno. E qualcuno rifiuterà di esporre le sue ferite al sale. Questo qualcuno potrà allora perseguitarci, come ci ha avvertito Gesù: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi…” (Gv 15, 18-20).

Resta un ultimo monito che il Signore fa a tutti noi, ricordandoci che: Se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente” (Mt 15, 13b, cfr. anche Lc 14,34 e Mc 9,50). Se i discepoli dovessero fallire, il mondo non può sostenersi. Solo un cristiano può fare un altro cristiano. A ragione gli uomini getteranno a terra e calpesteranno chi non è più sale. Con null’altro, infatti, lo si potrà rendere salato. Il sale dà sapore a tutto, ma niente gli può ridare il sapore una volta che l’ha perso. Ed è inutile mettere sotto sale ciò che è irrimediabilmente corrotto.



MISERICORDIA E VERITA’
novembre 16, 2020, 4:13 PM
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Tobi, il padre di Tobia, nella prova, invoca il Signore riconoscendo che: “Ogni tua via è misericordia e verità” (Tb 3,2).

Il salmista prega con le parole: “Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo” (Sal 84, 11-12)

Dio, che è l’Amore increato, si manifesta attraverso la perfetta armonia dei suoi molteplici attributi, tra cui spiccano la misericordia e la verità. E chi rivela la pienezza di questo Amore agli uomini è Gesù Cristo, Colui nel quale, come in Dio e in quanto Dio, convivono misericordia e verità, Colui nel quale questi due estremi si manifestano in piena armonia. Gesù Cristo, tuttavia, ha fatto ancora di più. Nell’incarnarsi, il Germoglio di Jesse ha reso capace la natura umana di questo Amore totale, riempiendola di sé. Così anche la giustizia di Dio si è affacciata dal cielo, nel giorno della trasfigurazione, tuonando: “Questi è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo!” (Mc 9,7).

Anche per noi, allora, non ci può essere Amore senza misericordia e, nel contempo, non ci può essere Amore senza verità. Misericordia e Verità si incontrano nella ricchezza del Magistero della Chiesa, nel quale l’annuncio della verità sull’Uomo è legato indissolubilmente al rispetto per ogni persona e per la sua libertà. Per questo davvero grande è la misericordia di Dio sui nostri peccati, ma il presupposto per ricevere questa misericordia è il pentimento. Dio mi ama e mi rispetta talmente da non passare sopra la mia volontà. Ci fa allora una grazia che -discendendo anch’essa dalla sua misericordia- ci spinge al pentimento nella coscienza. Se tu non lo vuoi, se tu non ritieni di avere bisogno di questa misericordia, Dio non forzerà la tua volontà, perché altrimenti negherebbe il libero arbitrio e la sua stessa natura, che è Amore. L’Amore non passa sopra la volontà di nessuno, come dice S. Agostino: “Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te” (Sermo CLXIX, 13).

Come cristiani non possiamo sottrarci al dovere di annunciare al nostro prossimo la verità conosciuta e custodita nella nostra coscienza: verità sulla sacralità della vita, dal concepimento fino alla sua fine naturale; verità sull’uomo e sulla natura umana (a partire dal “maschio e femmina li creò” della Genesi); verità sulla famiglia come cellula primordiale della società e della Chiesa e del suo diritto a educare i figli. Come cristiani non possiamo nemmeno sottrarci dal riconoscere che la Chiesa condanna il peccato ma ama il peccatore, consapevoli del fatto che amare non significa certo sostenere a priori tutto ciò che  fa l’altro, ma piuttosto aiutarlo e orientarlo, soprattutto nel momento in cui rischia di sbagliare e di mettersi nei guai. Non a caso “ammonire i peccatori” è un’opera di misericordia, in cui il termine “ammonire” indica un’amorevole esortazione che avvisi una persona dello stato di pericolo in cui versa. Ne discende che “ammonire” è cosa molto diversa dal giudicare, condannare o discriminare. E’ semplicemente il richiamo di chi cerca il bene dell’interlocutore.

Un buon esame di coscienza potrà allora sempre essere utile, per cogliere la nostra reale intenzione del cuore, prima di “ammonire” un peccatore per chiamarlo a conversione. Non converte il legalismo, infatti, ma la misericordiosa condivisione di una verità ricevuta! Il legalismo è la scimmia della giustizia, così come il buonismo è la scimmia della misericordia. E sappiamo fin troppo bene chi è la scimmia di Dio per non impegnarci seriamente, in questi tempi difficili in cui il nemico è slegato dalle catene, a discernere bene tra le tante informazioni contraddittorie che ci raggiungono attraverso i mezzi di comunicazione di massa.

Le più grandi tentazioni, in questo tempo di attacco frontale alla natura stessa dell’Uomo, sono la vergogna e la timidezza nell’annuncio, annuncio che ormai non è più neanche a difesa della vita cristiana, ma della stessa legge naturale! La derisione, l’esclusione, la persecuzione non siano di ostacolo, allora, alla nostra vocazione di essere martiri, cioè testimoni veraci del messaggio evangelico. La più grande opera di misericordia che si può fare a un nostro fratello è fargli conoscere Cristo!



LA PAURA NEL TEMPO DEL COVID
ottobre 10, 2020, 3:12 PM
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“Da chi siede su un trono glorioso fino al misero che giace sulla terra e sulla cenere, da chi indossa porpora e corona fino a chi è ricoperto di panno grossolano, non c’è che sdegno, invidia, spavento, agitazione, paura della morte, contese e liti” (Sir 40,3-4)

Tempi bui. Paura. Nella società, sui luoghi di lavoro, nelle famiglie. Cosa dice questa pandemia al cuore di ognuno di noi? Al cuore di un cristiano? E, soprattutto, siamo coscienti che Dio parla alle nostre vite attraverso fatti concreti come questo?

Non voglio entrare nella diatriba sulla ipotesi che questa sia una prova (un avvertimento) che viene direttamente da Dio[1], o che non venga da Dio ma dalla caducità della creazione e sia quindi assimilabile, al pari di un terremoto, a una catastrofe naturale[2] o ancora che sia addirittura un’opera del demonio, semplicemente consentita da Dio[3]

Certi come siamo che Dio può volgere a fin di bene anche il male, dobbiamo riconoscere che in ogni caso, qualunque sia l’origine della pandemìa, questa parla al nostro cuore. Nulla accade infatti nella nostra vita che Dio non possa usare per ammaestrarci ed attrarci a Lui. Nulla accade che non sia possibile utilizzare per la nostra conversione. E allora, cosa ci dicono la paura, l’angoscia, l’agitazione, le liti e le contese che ci agitano? Cerchiamo di fare discernimento.

Innanzitutto, mi sembra che la nostra reazione alla pandemìa ci mostri chiaramente che non abbiamo fede: “Perché avete paura, uomini di poca fede?” (Mt 8, 26). Scoperta, diciamo così, dell’acqua calda, perché non siamo migliori degli apostoli ai quali Gesù disse “Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe” (Lc 17,6). Dalla mancanza di fede scaturisce infatti la paura, paura che, finché rimane sotto il controllo della nostra volontà, può essere anche utile ad attivare la virtù della prudenza, fungendo da campanello d’allarme. Tuttavia è pur vero che, quando la paura inizia a scavare nell’anima senza controllo (e questo accade appunto perché non abbiamo fede, come gli apostoli sballottati nella tempesta), diventa angoscia e piano piano ci porta a barricarci dietro piccole o grandi sicurezze, fino a far diventare queste sicurezze degli idoli. Idoli che si ergono come dio al posto di Dio. Riscopriamo così, grazie alla pandemìa, ciò che avevamo forse dimenticato: che siamo esseri limitati. Basta un virus infinitesimo, trasportato dall’aria, perché la Scienza e la Medicina, che da doni di Dio la società moderna ha trasformato in idoli, rivelino la loro debolezza.

La paura ci fa perdere la fiducia nel nostro Padre celeste, facendoci dimenticare che questo nostro Padre è “il Dio che ha fatto cielo e terra”, e nel contempo questa stessa paura ci impedisce di amare il prossimo, perché amare include un rischio, rappresentato proprio dall’entrare nella sfera vitale di un altro. Bene. Questa paura, alla fine, può trovare il giusto contrappeso solo nel coraggio, coraggio alimentato da una serena collaborazione della ragione e della fede.

La pandemìa poi, oltre a mostrarci la nostra scarsa fede, ci dice sicuramente che dobbiamo cambiare strada. In questo senso non è diversa da tutti gli inviti alla conversione dei quali la Sacra Scrittura è piena. Il profeta Giona, dopo le note peripezie, avvertì alla fine Ninive che sarebbe stata distrutta e il re ordinò che uomini e bestie si coprissero di sacco e invocassero Dio con tutte le forze, convertendosi ognuno dalla propria condotta malvagia e violenta. Così alla fine “Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece” (Gn.3,10). Chiedere a Dio di liberarci da questo male, allora, come insegna la Scrittura e la Tradizione, non lo si fa in maniera inconsapevole, ma vestiti di sacco e coperti di cenere, nella penitenza, illuminati dagli eventi per riconoscere i nostri peccati! Perché altrimenti si prega senza aver capito la lezione, e questo come singoli, come Chiesa e come società intera.

Infine, la pandemìa, con la penitenza, ci invita alla preghiera di supplica e di comunione. Senza penitenza e digiuno non c’è vera supplica. Tornare in massa al sacramento della Confessione, allora, come i cittadini di Ninive, e tornare al Sacramento dell’Eucaristia, cuore pulsante della Chiesa che non può essere sostituito da alcunché e che per troppo tempo, purtroppo, ci è stato negato! Tornare all’Eucaristia ogni volta che ci è possibile, nei modi e nei tempi che ci sono consentiti, con umiltà e mitezza uniti a coraggio. Possiamo ancora abbracciare il fratello, possiamo ancora scambiare la pace con il fratello, possiamo ancora baciarlo, anche se dovesse essere chiuso in quarantena. In Cristo Gesù noi lo possiamo, non esistono barriere. Gesù Risorto entra anche a porte chiuse!

E alla fine… l’orizzonte che ci fa inquadrare correttamente tutta la questione noi lo conosciamo. E’ quello che un bambino ha rivelato alla sua mamma, che insisteva con mille raccomandazioni igienico-sanitarie per il ritorno a scuola. Dopo mille “sì” rassicuranti, quando ha visto che la paura della madre si andava trasformando in angoscia, le ha detto: “Mamma, ma alla fin fine c’è la vita eterna!”.

E’ così. Alla fin fine c’è la Vita Eterna.


[1]  Ma dopo che Davide ebbe fatto il censimento del popolo, si sentì battere il cuore e disse al Signore: «Ho peccato molto per quanto ho fatto; ma ora, Signore, perdona l’iniquità del tuo servo, poiché io ho commesso una grande stoltezza»… Questa parola del Signore fu allora rivolta al profeta Gad, il veggente di Davide: «Và a riferire a Davide: Dice il Signore: Io ti propongo tre cose: scegline una e quella ti farò». Gad venne dunque a Davide, gli riferì questo e disse: «Vuoi tre anni di carestia nel tuo paese o tre mesi di fuga davanti al nemico che ti insegua oppure tre giorni di peste nel tuo paese?»… Davide rispose a Gad: «Sono in grande angoscia! Ebbene cadiamo nelle mani del Signore, perché la sua misericordia è grande, ma che io non cada nelle mani degli uomini!». Così il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato; da Dan a Bersabea morirono settantamila persone del popolo” (2Sam 24,10-15)

[2]La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rm 8, 19-22)

[3]Satana rispose al Signore e disse: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda di terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!». Il Signore disse a satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui». Satana si allontanò dal Signore” (Gb 1,9-12).



CI SIAMO: ANNO I n.E.F.
luglio 31, 2020, 10:19 am
Filed under: politica

La censura fascista si proponeva:

1. Il controllo dell’immagine pubblica del regime, ottenuto anche con la cancellazione (oggi insabbiamento, con la complicità di quasi tutta la stampa) di qualsiasi contenuto che potesse suscitare opposizione, sospetto, o dubbi sul regime;

2. Il controllo dell’opinione pubblica, come strumento di misurazione del consenso, attraverso i mezzi della propaganda (l’allora Istituto Luce, oggi in gran parte ripreso dalla Rai);

3. Il controllo dei singoli cittadini ritenuti sospetti dal governo, con la creazione di archivi nazionali e locali (schedatura, oggi già operata tramite app su fb e cellulari, con inasprimenti in itinere attraverso vari disegni di legge) nei quali ognuno veniva catalogato e classificato a seconda delle idee, delle abitudini, delle relazioni, dei comportamenti sessuali e di eventuali situazioni o atti percepiti come riprovevoli.

4. Veniva inoltre censurato ogni contenuto ideologico alieno al fascismo (leggi oggi Pensiero Unico) o considerato disfattista (come oggi ogni contenuto bollato come negazionista, populista,  sovranista), ed ogni altro tema culturale considerato disturbante il modello stabilito dal regime.

Da Wikipedia (opportunamente commentato)

Si passò poi agli oppositori condannati, imprigionati o mandati al confino (ecco, qua già ci siamo, questo ce l’hanno nel dna), alla eliminazione  di ogni considerazione ritenuta lesiva del regime o delle sue idee, quindi ogni accenno ritenuto negativo nei confronti della maternità (come oggi ne è censurato ogni accenno positivo ), della battaglia demografica (la propaganda malthusiana dice che siamo troppi…), dell’autarchia (come oggi è cancellato ogni accento negativo sull’apertura all’estero e al globalismo).

Ci siamo: ANNO I, ALBA DELLA NUOVA ERA FASCISTA DEL TERZO MILLENNIO. Prepararsi, Italia! Ora e sempre resistenza. Libertà!



LE PORTE NELLE MURA
luglio 11, 2020, 1:50 PM
Filed under: cultura e società, religione | Tag: , ,

Il muro è una struttura a sviluppo verticale, costituita di pietre, mattoni o laterizi, di solito cementati tra loro, e può essere elemento costitutivo di un edificio o svolgere funzione di sostegno, di delimitazione o di divisione. La porta è un’apertura che mette in comunicazione due ambienti separati da un muro. La finestra è una parziale interruzione di continuità nel muro, che consente a chi sta dentro di guardare fuori e a chi sta fuori (seppure in misura molto minore) di guardare dentro. Dalla finestra però, normalmente (sic!), non si entra e non si esce, mentre dalla porta sì. Porta e finestra non esistono senza un muro.

Dal punto di vista teologico l’esistenza del muro e della sua funzione di separazione è giustificata dall’esistenza del Male sulla terra. Non c’erano muri nel Paradiso terrestre, ma dopo il peccato originale e l’introduzione nel mondo del Male, sono sorti muri personali e relazionali oltre che sociali, questi ultimi resisi necessari come difesa.

Di conseguenza la porta presuppone l’esistenza del muro, e svolge così una funzione essenziale nella comunicazione. La porta può essere aperta o può essere chiusa, magari dopo una osservazione -dalla finestra- della situazione esterna. Può accogliere e può difendere, secondo l’occorrenza e il discernimento del suo padrone. In ultima analisi: la porta è libertà! Libertà di entrare e di uscire, di accogliere o di difendersi. Per questo la gestione corretta di una porta, inserita in un muro, presuppone la capacità di discernimento. E il discernimento, la capacità di distinguere il bene e il male, è il dono dello Spirito Santo che ogni cristiano dovrebbe chiedere nella preghiera, come Salomone. Sappiamo d’altra parte che la Sapienza increata (che è il Cristo, Parola di Dio) dice ad ogni uomo di ogni tempo: “Tu ascoltami, e io ti insegnerò la Sapienza…” (Gb 33,33), perché “chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta” (Sap 6, 14).

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Le mura della città, le mura della casa, della famiglia, della Chiesa, e finanche le mura della singola persona, come ad esempio quelle del pudore, svolgono quindi una precisa funzione di protezione, in questo mondo minato dal peccato, nel quale serpeggia il Male. Dio infatti è chiamato a benedirle, per bocca del salmista: “Nel tuo amore fa grazia a Sion, rialza le mura di Gerusalemme” (Sal 50, 20), che anche soggiunge: “Circondate Sion, giratele intorno, contate le sue torri, osservate i suoi baluardi, passate in rassegna le sue fortezze…” (Sal 43, 13-14). Le mura, in definitiva, servono a separare il bene e il male, il dentro e il fuori, il privato e il sociale.

Nella preghiera allora, preso atto del fatto che in determinate condizioni i muri sono necessari (almeno fino a quando non saremo in Paradiso), siamo chiamati a chiedere il supporto della grazia divina nella gestione delle porte, che ci permettono di comunicare. Innanzitutto quelle “personali”:, come la porta delle labbra, della bocca, dalla quale può uscire il male che ci portiamo dentro, ferendo il prossimo e scatenando tempeste impensabili: “Metti, Signore, alla mia bocca una sentinella, sorveglia la porta delle mie labbra” (Sal 140, 3). Poi la porta del cuore, quella davanti alla quale Gesù ci dice: “Ecco, io sto alla porta e busso” (Ap 3, 20) e dalla quale può entrare come Sposo: “Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria” (Sal 23, 9). Da quella porta, tuttavia, può entrare anche il maligno, tramite l’incauta apertura al disturbo di spiriti sconosciuti e non necessariamente buoni, come accade ad esempio nelle sedute spiritiche. Per metterci in guardia, infatti, il Signore ha detto: “Non vi rivolgete agli spiriti, né agli indovini; non li consultate, per non contaminarvi a causa loro. Io sono il Signore vostro Dio” (Lev 19, 31). E ancora la porta della vita, quella che consente agli sposi, maschio e femmina, di diventare una sola carne, collaborando alla creazione divina, e di generare la vita nel tempio sacro le cui mura sono l’utero del corpo della donna.

Ancora vi sono le porte sociali, le porte della città, della comunità. Di fronte a queste porte è necessario che in questo tempo i governanti operino con grande discernimento, perché “le nazioni più ricche accolgano nella misura del possibile lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita…” pur se, “in vista del bene comune, possono subordinare l’immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie” (cfr. CCC, 2241). Insomma, è ben nota ad oggi la continua polemica sui migranti, che è anche interna alla Chiesa stessa, e che poggia sulla difficoltà, forse alimentata –ma parlo per me- da una carenza di preghiera, a discernere tra necessità che sembrano contrapposte, come soccorrere e accogliere i sofferenti; non privare i paesi di origine della loro forza lavoro e quindi del loro futuro, preservare gli immigrati dallo sfruttamento delle mafie, proteggendo al tempo stesso i cittadini della nazione che accoglie dalla presenza di malintenzionati o delinquenti. Certo, si tratta di un bel problema di discernimento, che non può essere affrontato semplicisticamente e va valutato con la virtù della prudenza anche alla luce delle reali possibilità di integrazione di culture e realtà differenti e a volte radicalmente contrapposte.

Ci sono poi le porte della Chiesa, quelle per cui il salmista ci assicura che“il Signore ama le porte di Sion più di tutte le dimore di Giacobbe” (Sal 86, 2). Su queste i nostri pastori sono chiamati a vegliare, certi che “Chi entra per la porta è il Pastore” (Gv 10, 2). Di fronte a qualche seme di divisione che inizia ad allignare in materia dottrinale, teniamo presente che la Chiesa parla (al tempo corrente come nei tempi andati) attraverso il Magistero, cioè attraverso documenti scritti, soppesati e vagliati dal Santo Padre, in continuità con la Tradizione, che si evolve ma non si contraddice. E’ il Catechismo della Chiesa Cattolica, quindi, quello attuale lasciatoci da San Giovanni Paolo II, il custode di queste porte dalle eresie, e questo al di là di interviste o prese di posizione di singole persone, fossero anche sacerdoti, che creano solo sconcerto tra le pecore. Al Catechismo, che nella Scrittura trova il suo fondamento, siamo chiamati a restare ancorati, quindi, sicuri della promessa fatta da Gesù a Pietro e alla sua Chiesa:“le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16, 18).

Infine, le porte di Dio, le porte del Regno, quelle “verticali”, delle quali magari cercheremo di trattare in futuro più approfonditamente. Attraverso una porta, Maria, Dio piega il suo cielo e scende nell’umanità nel mistero dell’incarnazione. Attraverso la Porta, Gesù Cristo, l’uomo può entrare nel Regno dei Cieli: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me sarà salvo, entrerà uscirà e troverà pascolo” (Gv 10, 9). La porta Gesù Cristo è stretta (cfr. Mt 7, 13) e la si apre passando attraverso il mistero della sofferenza, su quella croce che lo stesso Giacobbe aveva visto prefigurata nel sogno della scala che saliva al cielo, davanti alla quale esclamò: “Questa è la casa di Dio, questa è la porta del Cielo!” (cfr. Gen 28, 10-22). Un mistero scomodo, attraverso il quale, però, uniti a Lui, possiamo passare indenni (cfr. Sal 140, 10).